Cattolici senza partiti

A meno di optare per la soluzione Lugo, nel senso del vescovo Fernando, sospeso a divinis ma vincitore delle elezioni in Paraguay, dopo il voto del 13 e 14 aprile i cattolici italiani dovranno ripensare seriamente ai loro modelli di presenza nella politica italiana. E possibilmente individuare qualche schema di maggiore efficacia rispetto a quelli oggi in campo. Se non si vuole confondere la vittoria dello schieramento di centrodestra con quella del “moderatismo cattolico” tout-court, bisogna infatti prendere atto che nel nuovo Parlamento (e governo) il peso specifico dei politici cattolici organizzati in quanto tali è diminuito. Ne hanno preso atto in molti, e secondo prospettive le più diverse.
24 APR 08
Ultimo aggiornamento: 21:52 | 14 AGO 20
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“E i cattolici come li vede?”. “Sono tutti battezzati. O quasi tutti”. (Giulio Andreotti, intervistato dal Messaggero il 16 aprile)

A meno di optare per la soluzione Lugo, nel senso del vescovo Fernando, sospeso a divinis ma vincitore delle elezioni in Paraguay, dopo il voto del 13 e 14 aprile i cattolici italiani dovranno ripensare seriamente ai loro modelli di presenza nella politica italiana. E possibilmente individuare qualche schema di maggiore efficacia rispetto a quelli oggi in campo. Se non si vuole confondere la vittoria dello schieramento di centrodestra con quella del “moderatismo cattolico” tout-court, bisogna infatti prendere atto che nel nuovo Parlamento (e governo) il peso specifico dei politici cattolici organizzati in quanto tali è diminuito. Ne hanno preso atto in molti, e secondo prospettive le più diverse. Per citarne due agli antipodi: don Gianni Baget Bozzo e Filippo Gentiloni. L’editorialista cattolico del Manifesto ha scritto che “proprio la famosa dottrina sociale della chiesa esce sconfitta dalle ultime elezioni. Sconfitta, scomparsa. Ad essa il Vaticano si era aggrappato per coniugare i principi cristiani – eguaglianza, solidarietà, carità – con la politica. E’ proprio questo collegamento che è scomparso”. Baget Bozzo spiega invece al Foglio che, per prima cosa, “è finito nella vergogna il tentativo di rifare la Dc”. Vergogna che è dei protagonisti dell’impresa: “Mi viene difficile imparentare Casini alla chiesa, è più parente di Caltagirone. E in Parlamento i suoi rappresentanti sono in realtà i rappresentanti di Totò Cuffaro”. Ma vergogna anche “di Avvenire (il quotidiano che esprime a suo modo la sensibilità della Conferenza episcopale, ndr), che l’ha sostenuta. Il fatto poi che sia stata benedetta da una parte della gerarchia dà la misura della pochezza culturale della gerarchia stessa. Il partito cattolico è morto, ne deve prendere atto anche il cardinal Ruini”.

La frammentazione come abbondanza

Il voto che Giulio Andreotti ha deposto nell’urna a favore dell’Udc appartiene a un’altra storia, ha un valore di fedeltà e testimonianza, ma esprime anche una certa dose di disincanto. Diversamente, altri hanno sostenuto, e sosterranno in futuro, l’importanza di mantenere vivo il simbolo di un partito ispirato direttamente alla dottrina sociale cristiana. E’ probabile che il dibattito (o secondo alcuni l’equivoco) proseguirà. Del resto, ancora pochi giorni prima delle elezioni il segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Betori affermava sornione: “Se qualcuno ci cerca, significa che si conta qualcosa”. Alcuni analisti hanno evocato per queste elezioni il 18 aprile 1948, soprattutto a causa della polarizzazione. Ma allora la vittoria dei moderati fu anche la vittoria di Comitati civici di Luigi Gedda, voluti e sostenuti dalla chiesa italiana e dal Vaticano. Oggi Silvio Berlusconi e Umberto Bossi vincono ampiamente “a prescindere”. Dal voto del 13 aprile il fronte politico del cattolicesimo esce radicalmente mutato, come se fosse finalmente finita anche la transizione post democristiana, quella segnata dalla traumatica fine dell’unità politica e dal pensiero unico dello “schema Ruini”: essere dappertutto, pesare ovunque il più possibile.
Nelle scorse legislature la frammentazione aveva permesso di fare pesare molto (secondo certi laici decisamente troppo) la visione della chiesa. Valgano per tutto la legge 40 e, ancor di più, la mancata approvazione dei Dico, bloccata praticamente a mani nude dalla sola Paola Binetti. Il prossimo Parlamento sarà diverso. A partire proprio dalla neutralizzazione preventiva della “pattuglia teodem”, di cui è segno il declassamento della Binetti alla Camera. Ma anche nel Pdl – sebbene, come sostiene Baget Bozzo, vi sia trasmigrata in buona sostanza la difesa della tradizione popolare cristiana – la situazione è mutata. Il caso Formigoni – il freno posto da Berlusconi, ma anche da Fini e dalla Lega, alla sua discesa a Roma – è significativo della difficoltà di far decollare un progetto più volte adombrato proprio da Formigoni: quello di dare maggiore consistenza all’anima cattolico-popolare, post democristiana, del partito, a scapito della componente laica.
Sull’altro fronte, nel Pd la situazione di difficoltà dei cattolici è anche più evidente. Per dirla con Luigi Bobba, “forse l’accordo coi radicali ha spento gli entusiasmi che la novità di Veltroni aveva suscitato nell’elettorato cattolico”. Questo avrebbe fatto fallire il progetto di “attrarre il potenziale che risiede nell’elettorato cattolico praticante”. Se i cattolici dovevano dunque garantire lo sfondamento al centro e in ciò trovare il loro “ubi consistam” nel Pd, non ha funzionato. Tanto che ora Beppe Fioroni e Dario Franceschini sono preoccupati “del possibile fallimento di un progetto”; e Rosy Bindi addirittura che venga dispersa “l’eredità di Prodi, quell’eredità che è innanzitutto l’Ulivo. Il nostro Dna, le radici della nostra storia”. Evidentemente il grande convegno promosso a Roma dalla “componente cattolica” del Pd poche settimane prima del voto durante il quale Walter Veltroni aveva proposto una sorta di sintesi “obamiana” delle due tradizioni politiche, è rimasta una ciambella senza buco. Altro aspetto delle difficoltà di cittadinanza del cattolicesimo politico nel nuovo scenario è la sconfitta del “modello bresciano” (ne abbiamo parlato nel Foglio del 18 aprile), quel misto di progressismo, cultura conciliare, intreccio tra politica e finanza che era stato per decenni modello di governo ma anche serbatoio di potere della sinistra dc, da Giovanni Bazoli a Mino Martinazzoli. Ma anche a Brescia quel modello sopravvissuto alla Prima Repubblica in virtù di una sua ostentata tenuta “etica”, ha dimostrato di non sapere più intercettare il voto del nord italiano.

Le voci ruiniane, e altre voci
Al centro c’è invece il sostanziale fallimento, o il modesto successo, dell’operazione Rosa Bianca-Casini. In questo caso, vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno non è solo tattica politica: è un giudizio che assume significati più profondi. Riprendendo il ragionamento di Baget Bozzo, il “fallimento” dell’Udc arriva infatti a toccare temi addirittura teologici, quelli della presenza stessa della chiesa nel mondo. Ancora Baget Bozzo: “La chiesa di Papa Ratzinger, ma già di Giovanni Paolo II, ha scelto di pesare nel mondo in quanto chiesa, e non più in quanto laicato politico organizzato. O in base alla sua dottrina sociale. Ha fatto consapevolmente una scelta ‘anti Dc’. La chiesa è tornata ad essere nel mondo ‘Corpo di Cristo’, e non più ‘popolo di Dio’, espressione cara al Concilio. E’ questo anche il senso della sua scelta di campo a favore dei temi etici. E per fare questo non serve più un ‘partito dei cattolici’. I quali possono votare secondo coscienza, e per la maggior parte confluiscono sui partiti che difendono valori tradizionali”.
Più sfumate le analisi di personalità più vicine all’idea di una presenza politica organizzata dei cattolici. Sul sito piùVoce.net, il politologo e rettore dell’Università Cattolica Lorenzo Ornaghi, oltre ad analizzare il senso dell’ondata leghista annota a proposito dell’Udc che la sua presenza in Parlamento “con ogni probabilità risulterà culturalmente e operativamente non irrilevante”. Sullo stesso sito Domenico delle Foglie, autorevole “vox ruiniana”, auspica che Berlusconi sappia dialogare con “Veltroni sconfitto e Casini sconfitto”, tenendo dunque viva l’ipotesi di un’alternativa al bipolarismo secco. Anche l’editoriale di Beppe Del Colle per Famiglia Cristiana contiene una rivalutazione indiretta del risultato dell’Udc: “C’è un esito elettorale che conosce sulla grande stampa un silenzio fitto: la scomparsa dalla scena politica, con la disfatta della Sinistra arcobaleno e del Partito socialista di Boselli, del tema principe del laicismo italiano di questi anni, cioè l’attacco alla chiesa”. Sottinteso: il partito cattolico che di questo tema ha fatto bandiera, invece è ancora lì. Ma l’articolo di Del Colle contiene ben altre novità. Leggiamo: “Bossi ha saputo intercettare bisogni diffusi e reali. Non è stato un voto di protesta”, scrive. Parole che non si sarebbero lette su Famiglia Cristiana qualche anno fa. In più, accompagnate da un quasi battesimo (ma senza l’acqua del dio Po) per la Lega “uscita più forte dalle urne ma che necessita di ‘disintossicarsi’ dalle venature ‘anticristiane’, anche perché tanti cattolici l’hanno votata!”. (sul Foglio di venerdì 25 aprile la seconda puntata)